Vincenzo Russo (o Vincenzio, secondo una certa tradizione storiografica) nacque a Palma Campania il 16 giugno 1770. Studiò dapprima nel paese natale, poi nel Seminario di Nola, infine Diritto a Napoli. Qui entrò in contatto con gli intellettuali napoletani e con le idee di libertà diffuse dalla rivoluzione francese. Fece parte di associazioni segrete quali la "Società patriottica" e il "Club rivoluzionario", attirandosi l'ostilità delle autorità borboniche. Per sfuggire all'arresto, sembra abbia accettato la mediazione di parenti autorevoli, ma forse senza aver fatto i nomi dei propri compagni. Costretto all'esilio nel 1795, rientrò in Italia, prendendo parte alla Repubblica romana nel 1798. In quell'anno pubblicò I pensieri politici. Caduto il governo borbonico, il 23 gennaio 1799 Vincenzo tornò a Napoli al seguito dell'esercito francese, occupando posizioni importanti nella Repubblica, che anche qui sorse, o si mantenne in vita, seppure per soli sei mesi, grazie alle armi francesi. Russo collaborò al Monitore napoletano diretto da Eleonora Pimentel Fonseca e scese spesso a parlare fra il popolo. La Repubblica napoletana aveva i giorni contati. Il cardinale Ruffo, al servizio dei Borbone, sostenuto da potenze straniere, in particolare dagli inglesi, e appoggiato dalla sollevazione del lazzari, o lazzaroni, plebe fedele al re, passò al contrattacco. Russo venne preso con le armi in mano il 13 giugno e giustiziato il 19 novembre 1799, a soli 29 anni, impiccato in piazza del Mercato, a Napoli. "Giunto al luogo del supplizio parlò lungamente con un tuono di voce e con un calore di sentimento, il quale ben mostrava che la morte potea distruggerlo, non mai però il suo aspetto avvilirlo" (Cuoco). Vincenzo Russo è stato dunque uno dei protagonisti dei fermenti rivoluzionari, tesi a trasformare la società in senso egualitario che sconvolsero l'Italia centro-meridionale alla fine del XVIII secolo. All'azione concreta ha affiancato una precoce riflessione giuridica, filosofica e politica che ha trovato la sua più alta espressione nell'unico libro che riuscì a scrivere nella sua breve: i Pensieri politici, uscito a Roma nel 1798. Non sappiamo come Russo avrebbe potuto sviluppare le idee contenute nei suoi scritti, e se la nuova edizione del libro da lui progettata sarebbe stata davvero più "moderata", come ci informa il suo fraterno amico Vincenzo Cuoco, il quale non ne condivideva del tutto le idee "estremiste". Per quanto possiamo leggere, Russo propugnava una repubblica popolare di eguali, di cittadini aventi stessi diritti e stesse opportunità, a ciascuno dei quali sarebbe spettato, in usufrutto vitalizio, ma senza possibilità di trasmetterlo in eredità, un appezzamento di terra sufficiente a una vita agevole, ma senza lussi e sprechi. Lo Stato, ristretto alla dimensione della piccola città, avrebbe visto la partecipazione politica di tutti alla gestione della cosa pubblica, in una sorta di autogestione riconducibile a successive visioni socialiste o anarchiche. La proprietà privata, che rendeva gli uomini disuguali, andava abolita, secondo Russo, attraverso un atto radicale, rivoluzionario, che non ammettesse compromessi col passato. Per questo, nella Repubblica napoletana, Russo, in amichevole contrapposizione a Mario Pagano, rappresentò l'ala estremista, di sinistra, forse utopica, ma anche consapevole del fatto che senza l'appoggio delle masse popolari, guadagnabile attraverso una riforma agraria eversiva dei rapporti feudali, la Repubblica non sarebbe sopravvissuta a lungo.

Enzo Rega